Il 1º gennaio 1980, ai blocchi di partenza della seconda Parigi-Dakar, si presentò un equipaggio insolito: quattro Vespa P200E blu, pronte a sfidare il deserto più duro del mondo.
L’idea fu di Jean-François Piot, ex pilota rally e nuovo responsabile sportivo Piaggio, che volle dimostrare la resistenza e l’affidabilità della Vespa anche nelle condizioni più estreme.

“Percorrere il deserto in Vespa è già un’avventura. Farlo in una corsa come la Dakar è la vera scommessa di Piaggio.”
— Jean-François Piot
Il progetto Piaggio: la Vespa Rally Dakar

Il modello scelto fu la Vespa P200E, lanciata nel 1977.
A Pontedera, i tecnici Piaggio realizzarono una versione speciale “Rally Dakar” con numerose modifiche per affrontare il deserto:
- Serbatoio da 25 litri per un’autonomia di oltre 700 km
- Gruppo termico alleggerito e motore 2T da 12 CV
- Telaio e sospensioni rinforzati
- Cerchi da 12” con pneumatici tassellati
- Airbox maggiorato e sella monoposto con supporto lombare
- Faro supplementare per le tappe notturne
La base restava quella classica Vespa, ma la sua missione era tutt’altro che normale: attraversare migliaia di chilometri di sabbia e pietre.
I piloti e il team logistico

Piot formò un vero Piaggio Vespa Team Paris-Dakar, composto da piloti esperti:
- Bernard Neimer, campione di Francia Enduro 1978
- Marc Simonot, giovane talento e vespista appassionato
- Yvan e Bernard Tcherniavsky, collaudatori e piloti di lunga esperienza
- Jean-Louis Albera, pilota di riserva
A supportarli, cinque Land Rover d’assistenza guidate da nomi illustri come Henri Pescarolo e René Trautmann, con meccanici scelti tra i migliori di Pontedera.
Un’organizzazione degna di un grande team ufficiale, con una logistica complessa e perfettamente pianificata.
La strategia di gara: prudenza e tenacia

Nella prima tappa europea, le Vespa si piazzarono in fondo alla classifica, come previsto. Piot aveva una strategia precisa: non forzare i tempi, lasciare che i Land Rover si qualificassero per primi e potessero garantire assistenza in Africa.
Una scelta vincente. Dopo la traversata verso Sète, la squadra risultò perfettamente posizionata per affrontare il continente africano.
Il deserto mette alla prova uomini e Vespe

Appena in Africa, iniziarono i problemi: forature continue, sospensioni distrutte, pneumatici che sfregavano sulla lamiera, cadute e fatica estrema.
Nonostante tutto, i piloti non si arresero.
Le Vespa furono spesso spinte a mano o sollevate dalle sabbie del Sahara. I meccanici, veri eroi silenziosi, riparavano i danni ogni notte, sostituendo sospensioni e silent-block.
Il deserto, però, non perdona:
- Yvan Tcherniavsky si perse tra le dune.
- Bernard Neimer si infortunò gravemente.
- Bernard Tcherniavsky si fermò a pochi chilometri dal traguardo.
Marc Simonot: l’unico a tagliare il traguardo

Solo Marc Simonot riuscì nell’impresa impossibile.
Pur arrivando fuori tempo massimo, completò l’intera Parigi-Dakar in sella alla sua Vespa P200E.
Fu il primo e unico vespista a concludere il raid più duro del mondo, entrando per sempre nella leggenda del motociclismo.
Una vittoria morale, un trionfo d’ingegno e di coraggio che rese immortale il nome Vespa anche nel mondo delle competizioni estreme.
L’eredità della Vespa Dakar

Dopo la corsa, le quattro Vespa blu scomparvero quasi del tutto: si stima che solo due esemplari sopravvivano oggi, uno dei quali in una collezione privata olandese.
Nel Museo Piaggio di Pontedera, è esposto un muletto del prototipo Vespa T5 Rally 1985, erede mai nato di quella leggendaria avventura.
Piaggio non tornò più ufficialmente alla Dakar, ma il mito della Vespa Parigi-Dakar 1980 resta vivo come simbolo di coraggio, passione e spirito d’avventura italiano.
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Fonti: Dakardantan.com, quinewsvaldera.it, museopiaggio.it








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